
Arcevia, luglio 2025
I proverbi sono espressioni linguistiche tramandate nel tempo, voci di quella che chiamiamo un’antica, anche se spesso crudele, saggezza popolare. Il mondo cambia, la società si trasforma, ma molti proverbi suonano alle nostre orecchie ancora sensati. Ne esistono sulla famiglia, sul tempo, sul clima, sul lavoro e infine sul cibo. Nessun proverbio di nostra conoscenza parla però di spreco alimentare. Forse proprio perché in passato «l a fame era il miglior condimento », o perché si sapeva che « si mangia per vivere e non si vive per mangiare ». A quanto pare, la voce di questa saggezza passata si è fatta nel tempo sempre più flebile. Il cibo non ha più il valore che aveva prima, forse perché in questa parte del mondo ne abbiamo troppo. Una delle leggi fondamentali del mercato è che quando l’offerta si alza i prezzi si abbassano. Questo abbassamento del valore economico del cibo si è per noi tradotto nel tempo nell’oblio del suo valore reale: non è più prezioso e non ci importa di sprecarlo.
Vediamo questo meccanismo ovunque. Bar, ristoranti, mense e supermercati che, per motivi che vanno dal più ragionevole al totalmente assurdo, gettano via grandi quantità di cibo che non sono riusciti a vendere. Questa è solo una piccola parte della follia della nostra malagestione alimentare. E questa follia, che al consumatore o alla consumatrice non appare mai in tutta la sua distruttività, avviene spesso nelle retrovie di quei lunghi capannoni grigi delle zone industriali, dove la materia prima viene lavorata, processata e trasformata in prodotto. Qui le oscurità e le contraddizioni del nostro sistema si fanno ancora più palesi, e oggi ve ne porteremo un esempio.
Un gruppo di giovani uomini e donne, provenienti e arrivati nelle Marche negli anni ’80, fonda la cooperativa La Terra e il Cielo e crea una delle prime filiere italiane di produzione di cereali, pasta, legumi e prodotti biologici. Ai tempi, l’agricoltura biologica era una piccola nicchia quasi sconosciuta, sormontata da un’imperante agricoltura convenzionale. Il termine “biologico” non indicava semplicemente una maniera più sostenibile di gestire le piante, il suolo e gli animali, ma portava con sé uno spirito di coesione e di collaborazione tra le persone, unito all’amore per l’ambiente, per la terra e per il cibo genuino. Abbracciando questo concetto del “biologico”, la Terra e il Cielo si presentava come una realtà rivoluzionaria, fonte di ispirazione per altri piccoli produttori e produttrici e centro propulsivo di una nuova idea di produzione alimentare.

La cooperativa funziona e per anni sta in piedi. Ma piano piano qualcosa cambia; la terra inizia a tremare. Nata con l’obiettivo di non forzare nella produzione i ritmi della natura, la cooperativa non riesce più a competere con quelli del mercato. I suoi punti di forza, tra cui diversificazione, sperimentazione e collaborazioni con piccoli produttori e artigiani, diventano debolezze in un’economia che spinge alla standardizzazione e alla produzione di massa. Il frutto del lavoro dei soci si ritrova in concorrenza diretta con nuovi prodotti “green”, che si appropriano della denominazione “biologico” ma la privano del suo senso originario. Mentre anno dopo anno, i soci fanno la scelta di pagare ai produttori il raccolto al prezzo giusto, è la fluttuazione del prezzo del grano duro, trattato da merce qualsiasi dalla finanza internazionale, che dà il colpo di grazia alla cooperativa.
Quando, nel 2024, La Terra e Il Cielo dichiara il proprio fallimento, un’altra azienda del territorio decide di affittare il marchio e di acquistare le rimanenze del magazzino. Tra la merce spedita, in un lotto è rilevata la presenza di punteruolo, un piccolo insetto che si nutre principalmente di grano. Per questo motivo, l’intero stock viene rimandato indietro al magazzino di Terra e Cielo, nei pressi di Arcevia (AN), dove si trova tutt’ora. Si tratta di più di 20 tonnellate di merce tra pasta, legumi e cereali biologici.

Informati della situazione da alcuni ex-soci, come Ciurma abbiamo giudicato profondamente ingiusto destinare quel cibo al bidone della spazzatura. Oltre all’assurdo spreco alimentare, la funebre notizia della chiusura della cooperativa veniva appesantita dalla negazione totale del lavoro dietro a quel cibo. Dietro ogni pacco di pasta c’era il senso della fatica di tutti, dei contadini e delle contadine che hanno tirato il solco, del mugnaio e della mugnaia che hanno macinato il grano, fino all’operaio e all’operaia che hanno impacchettato la pasta. E non si trattava di togliere il senso solo al lavoro, ma anche alle scelte di vita radicali che negli anni hanno dato credibilità all’intera filiera.
Dopo un inventario meticoloso che ci ha permesso di identificare i lotti compromessi e di attestare che la maggior parte del cibo si trovava in perfette condizioni, la ciurma ha deciso di acquistare le rimanenze del magazzino. Tra di noi è emersa la volontà di organizzare una campagna solidale di raccolta fondi per distribuire i prodotti tramite la fitta rete nazionale dei GAS. E da ormai due mesi, una volta a settimana, ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo iniziato a mettere le mani in pasta, setacciando ogni singolo pacchetto per controllarne lo stato e componendo le consegne. Tutto va rimpacchettato perché non possono più essere vendute le confezioni originali su cui è impresso il marchio Terra e Cielo, ormai affittato dall’altra azienda.
Le giornate di lavoro passate nel magazzino di Arcevia sono lunghe, fra ore di spostamento dei bancali, cucitura dei sacchetti e preparazione dei pacchi. Ma la convivialità, i pasti condivisi e i sorrisi scambiati ci tengono in piedi, convinti e convinte di fare la cosa giusta. La nostra campagna è nata dalla fiducia che i gruppi di acquisto raccolgano e mettano in contatto persone che ancora hanno sensibilità per l’alimentazione etica, l’agricoltura genuina e l’economia solidale. Persone che non tollerano lo spreco alimentare e le ingiustizie prodotte da un sistema cieco e senza scrupoli. I gruppi di acquisto e le reti di economia solidale sono forse gli ultimi baluardi in grado di resistere all’onda mortifera del mercato e di far vivere e sopravvivere isole felici. È oggi più che mai una scelta politica radicale e radicata remare in senso opposto.

Arcevia, luglio 2025
I proverbi sono espressioni linguistiche tramandate nel tempo, voci di quella che chiamiamo un’antica, anche se spesso crudele, saggezza popolare. Il mondo cambia, la società si trasforma, ma molti proverbi suonano alle nostre orecchie ancora sensati. Ne esistono sulla famiglia, sul tempo, sul clima, sul lavoro e infine sul cibo. Nessun proverbio di nostra conoscenza parla però di spreco alimentare. Forse proprio perché in passato «l a fame era il miglior condimento », o perché si sapeva che « si mangia per vivere e non si vive per mangiare ». A quanto pare, la voce di questa saggezza passata si è fatta nel tempo sempre più flebile. Il cibo non ha più il valore che aveva prima, forse perché in questa parte del mondo ne abbiamo troppo. Una delle leggi fondamentali del mercato è che quando l’offerta si alza i prezzi si abbassano. Questo abbassamento del valore economico del cibo si è per noi tradotto nel tempo nell’oblio del suo valore reale: non è più prezioso e non ci importa di sprecarlo.
Vediamo questo meccanismo ovunque. Bar, ristoranti, mense e supermercati che, per motivi che vanno dal più ragionevole al totalmente assurdo, gettano via grandi quantità di cibo che non sono riusciti a vendere. Questa è solo una piccola parte della follia della nostra malagestione alimentare. E questa follia, che al consumatore o alla consumatrice non appare mai in tutta la sua distruttività, avviene spesso nelle retrovie di quei lunghi capannoni grigi delle zone industriali, dove la materia prima viene lavorata, processata e trasformata in prodotto. Qui le oscurità e le contraddizioni del nostro sistema si fanno ancora più palesi, e oggi ve ne porteremo un esempio.
Un gruppo di giovani uomini e donne, provenienti e arrivati nelle Marche negli anni ’80, fonda la cooperativa La Terra e il Cielo e crea una delle prime filiere italiane di produzione di cereali, pasta, legumi e prodotti biologici. Ai tempi, l’agricoltura biologica era una piccola nicchia quasi sconosciuta, sormontata da un’imperante agricoltura convenzionale. Il termine “biologico” non indicava semplicemente una maniera più sostenibile di gestire le piante, il suolo e gli animali, ma portava con sé uno spirito di coesione e di collaborazione tra le persone, unito all’amore per l’ambiente, per la terra e per il cibo genuino. Abbracciando questo concetto del “biologico”, la Terra e il Cielo si presentava come una realtà rivoluzionaria, fonte di ispirazione per altri piccoli produttori e produttrici e centro propulsivo di una nuova idea di produzione alimentare.